Presentazione
La vita e la figura scientifica di A. Vallisneri
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1. La vita e la figura scientifica di Vallisneri

Il modello del sapere, nel Settecento, non aveva subito quel processo di specializzazione alla quale oggi siamo abituati, ma si presentava ancora largamente unitario. Le differenti conoscenze umane andavano a costituire una cultura complessa ed interrelata, dove le distinzioni disciplinari avevano un senso assai limitato e dove, spesso, proprio dai punti di connessione e di confronto dei diversi aspetti del sapere gli studiosi traevano maggiori stimoli e strumenti per procedere nella ricerca. Non a caso il Settecento fu l'ultimo periodo storico nel quale si ebbe modo di avere studiosi impegnati nella ricerca su molteplici fronti disciplinari e, per alcuni, come accadde per Leibniz - che fu in rapporti di collaborazione con Vallisneri attraverso la mediazione di Bourguet - sulla loro quasi totalità. Vallisneri non si discostò da questo modello e, quantunque non abbia coltivato un complesso di discipline così esteso come quello leibniziano, tuttavia non mancò di sviluppare un campo di interessi assai vasto, fondamentalmente centrato sul complesso delle scienze naturali, ma non solo, che spaziò dall'anatomia comparata alla medicina, dall'embriologia alla filosofia, dall'entomologia alla geologia, dalla biologia all'erudizione, dalla botanica alla lessicografia, avendo impegnato notevoli energie, nella parte finale della sua vita, anche nella riflessione linguistica e nello sforzo di definire un lessico scientifico atto ad integrare le lacune del Vocabolario della Crusca, da lui giudicato assai carente in questo settore. La prima formazione vallisneriana seguì la via tradizionale, riservata ai figli delle migliori famiglie del tempo, ed ebbe luogo nel Collegio gesuitico di Modena dal 1679 al 1682, dove acquisì la base della sua solida conoscenza della lingua e dei classici latini, che l'avrebbe accompagnato per tutta la vita, come, anche, l'indispensabile premessa a quella che sarebbe stata la sua intensa frequentazione dei classici della lingua volgare e della sua piena padronanza della lingua italiana.

Nel 1683 passò all'Università di Bologna, dove venne a contatto, come egli stesso dichiarò nella sua autobiografia, con le tesi corpuscolaristiche e con quelle cartesiane, ma soprattutto con lo sperimentalismo galileiano, esigenza assai viva fra i più noti studiosi di quell'ambiente, sia per i legami che univano personalmente questi ultimi all'esperienza dell'Accademia del Cimento, sia per la forte presenza del pensiero baconiano, che, come ha chiaramente mostrato in numerosi studi Marta Cavazza, venne integrato con quello galileiano, al fine di eliminarne le pericolose potenzialità metafisiche che avevano portato al processo ed alla condanna dello scienziato pisano.

Il maestro indiscusso di Vallisneri in quegli anni fu certamente Malpighi, al cui insegnamento non avrebbe poi mai smesso di richiamarsi, anche se non mancò di seguire i corsi di altri docenti di quell'Università, fra i quali anche quelli – ma nascostamente, per non offendere il proprio maestro – di Sbaraglia, in quel momento il più noto esponente della medicina tradizionale, allora in polemica aperta con Malpighi.

Laureatosi nel 1685 nel Collegio di Reggio, passò a far pratica a Venezia, Padova e Parma, dove rimase sino al 1687, e dove, a Venezia, seguì Jacopo Grandi e Lodovico Testi e, a Parma, Giuseppe Pompeo Sacco. Dopo questo periodo si ristabilì in patria, esercitando la professione in diverse condotte e, nel contempo, dando vita ad una stagione di intensissime osservazioni naturalistiche, testimoniate dai voluminosi e numerosi giornali manoscritti di osservazioni, oggi conservati presso la Biblioteca Estense di Modena. I suoi principali interessi andarono in quegli anni agli studi entomologici, giungendo a pubblicare, rispettivamente nel 1696 e nel 1700, sul primo e sul terzo volume de "La Galleria di Minerva", i Dialoghi sopra la curiosa origine di Molti Insetti. In quest'opera, organizzata nella forma di un dialogo fra Malpighi e Plinio, Vallisneri riprese la polemica della scuola medica galileiana contro le tesi biologiche aristoteliche e, in particolare, la battaglia di Redi contro la tesi della generazione spontanea degli animali inferiori dalla materia in decomposizione, portandone concezioni ed argomentazioni ad un livello teoricamente e sperimentalmente di maggiore evoluzione e risoluzione. Sul piano filosofico risulta significativa la presa di posizione contro la riduzione ad automi degli animali compiuta dalla riflessione cartesiana, che Vallisneri mise in discussione richiamandosi agli aggiornamenti di quella teorizzazione offerti dalla Recherche de la vérité di Malebranche, a proposito di quella che definì come la stupefacente organizzazione e perfezione degli insetti, che apparivano, fra le altre cose, dalle evidenti finalità del loro operare. Seguendo Redi e Malpighi, Vallisneri venne sottilineando l'origine di ogni essere dalle proprie specifiche uova ed illustrò i cicli vitali ed i modelli di riproduzione di diversi insetti, come, per esempio.

La pubblicazione dei Dialoghi portò a Vallisneri la prima notorietà scientifica e, con essa, la chiamata ad una cattedra di Medicina pratica all'Università di Padova, allo scopo di contribuire all'affermazione della filosofia sperimentale in quell'ambiente. In questa sede Vallisneri trascorse i restanti trent'anni della sua vita, percorrendo tutti i gradi accademici, sino alla prima cattedra di Medicina teorica, alla morte, nel 1710, di Domenico Guglielmini, e raggiungendo una notorietà scientifica internazionale.

Gli anni che seguirono alla nomina alla cattedra patavina videro Vallisneri concentrarsi negli studi medici, per far fronte ai nuovi impegni. In sintonia con la riflessione di Francesco Redi e di Marcello Malpighi, sottolineò la stretta connessione fra gli studi naturalistici e quelli medici e la funzionalità, recisamente negata dalla tradizione aristotelica e galenica, dei primi ai secondi. La scuola medica galileiana, soprattutto nella sua componente più accentuatamente empirica e descrittiva, era convinta che poco si conoscesse del funzionamento del corpo umano e che si disponesse di un numero assai limitato di rimedi. Da qui la convinzione, suffragata dall'esperienza pratica, che la maggior parte dei farmaci fosse più nociva che vantaggiosa e che, in tale condizione d'incertezza, la scelta terapeutica più opportuna fosse quella di limitarsi a favorire, senza dannose interferenze, l'autonoma azione risanatrice della natura. Vallisneri fece propria questa tesi, anche se, con il passare del tempo, tese a riconoscere l'efficacia farmaceutica di rimedi specifici, come il mercurio nella cura della sifilide ed il chinino in quella delle febbri periodiche. In ogni caso, come per la tradizione medica galileiana, il criterio decisionale fondamentale rimaneva di carattere empirico-statistico, fondandosi sui risultati ottenuti in somministrazioni sperimentali su gruppi di pazienti.

A partire dal 1710 Vallisneri diede avvio al periodo di maggior attività editoriale e di successo scientifico della sua vita. In quell'anno pubblicò le Considerazioni, ed Esperienze intorno al creduto Cervello di Bue impietrito, le Considerazioni ed Esperienze intorno alla Generazione de' Vermi ordinari del corpo umano, la Prima raccolta d'osservazioni, e d'esperienze ... cavate dalla Galeria di Minerva, e fondò, insieme a Scipione Maffei ed Apostolo Zeno, il "Giornale de' letterati d'Italia".

Nella prima opera, Vallisneri prese in considerazione una memoria presentata da Duverney all'Accademia delle Scienze di Parigi, dove, con l'illustrazione della rispettiva dissezione anatomica, si asseriva che la causa della morte di un bue fosse da imputare alla pietrificazione del suo cervello. Vallisneri rilevò con ironia l'assurdità di tale ipotesi, sia perché senza cervello, anche temporaneamente, sarebbe stato impossibile all'animale sopravvivere, sia in quanto era impensabile che un cervello potesse trasformarsi in pietra, visto che le leggi della natura possono in qualche caso deviare dal loro corso ed errare, ma sempre seguendo una loro logica e senza mai contraddirsi radicalmente.

Nella seconda opera veniva illustrato il ciclo vitale dei vermi intestinali dell'uomo e di alcuni mammiferi. Anche qui l'attenzione si concentrava sulle forme della loro riproduzione. In questa occasione Vallisneri ebbe modo di utilizzare proficuamente l'esperienza maturata nello studio degli insetti in ambito medico e biologico. Seguendo il principio di uniformità delle leggi di natura, gli fu possibile mettere in evidenza l'assurdità della tesi, che allora godeva di notevole seguito, secondo la quale i vermi intestinali dell'uomo e dei mammiferi provenivano dalle uova di altri insetti, ingerite con gli alimenti e, addirittura, con l'aria respirata. In tal senso Vallisneri evidenziò la riproduzione specifica anche degli insetti, già perfettamente individuata nei suoi precedenti studi entomologici, che rendeva assolutamente improponibile una tesi di tal genere.

La Prima raccolta d'osservazioni, e d'esperienze ... cavate dalla Galleria di Minerva raccoglieva una buona parte, ad esclusione dei Dialoghi, già ristampati nel 1700, dei contributi pubblicati sino ad allora da Vallisneri su "La Galleria di Minerva", di cui fu sempre, sebbene alla fine disgustato dall'editore Girolamo Albrizzi, un fondamentale collaboratore.

Fu però col "Giornale de' letterati d'Italia", di cui condusse direttamente la politica culturale per le discipline mediche e naturalistiche, che Vallisneri iniziò la sua eccezionale attività di organizzatore ed animatore, oltre che di collaboratore, del giornalismo veneto erudito. Questa iniziativa, che rivestì un ruolo di primo piano nel dibattito culturale e scientifico dell'Italia del primo Settecento, nacque dall'esigenza, per un verso, di valorizzare in ambito europeo la cultura italiana, allora largamente sottovalutata sul piano internazionale, e, per l'altro, di promuovere il metodo sperimentale nelle scienze della natura e quello erudito nelle discipline storiche. La storiografia erudita, partita dalla riflessione e dalla pratica storiografica dei benedettini francesi Mabillon e Montfaucon ed importata in Italia da Bacchini, Fontanini, Magliabechi, Muratori e Maffei, fondando la ricostruzione storica sull'analisi e lo studio dei documenti, introdusse nella ricerca storica l'equivalente del metodo sperimentale nelle scienze. Nello stesso tempo, il "Giornale" condusse anche una battaglia per il rinnovamento della letteratura, al fine di accogliere i nuovi modelli, ispirati all'efficacia ed alla semplicità dei classici, propugnati, in funzione antiretorica ed antibarocca, dall'Accademia dell'Arcadia. Vallisneri, sebbene, come si è detto, fosse il responsabile del settore medico e naturalistico, si assunse però, in sodalizio soprattutto con Apostolo (prima) e Pier Caterino Zeno (poi), la responsabilità dell'intera iniziativa, come è facile constatare dalle Lettere di Apostolo Zeno e dalle Lettere scritte al P.D. Piercaterino Zeno, ponendosi, pertanto, al centro di un movimento culturale di ampio respiro e largamente interdisciplinare.

Nel 1712 iniziò la collaborazione con le "Academiae Cesareo-Leopoldinae Carolinae Naturae Curiosorum Ephemerides".

Nel 1713 pubblicò le Nuove Osservazioni, ed Esperienze intorno all'Ovaia scoperta ne' Vermi tondi dell'Uomo, e de' Vitelli, dove si illustravano gli apparati riproduttori dei vermi intestinali e si continuavano l'illustrazione delle osservazioni e gli studi proposti nel contributo del 1710, e le Esperienze ed Osservazioni intorno all'Origine, Sviluppi, e costumi di vari Insetti, con altre spettanti alla Naturale e Medica Storia, che raccoglievano, ma non solo, osservazioni, spesso arricchite ed integrate, già pubblicate sui periodici eruditi.

Nel 1714 partecipò al noto dibattito, recentemente illustrato assai puntualmente da Mauro De Zan, sulla natura della peste, che fu suscitato dal dilagare dell'epizoozia bovina nelle campagne italiane fra il 1711 ed il 1714. A causa dell'estrema gravità economica dell'epidemia, che decimò il patrimonio bovino italiano e, in particolare, delle regioni padane, dove questo era particolarmente imponente, le autorità sollecitarono gli studiosi ad occuparsi del problema, al fine di trovarvi un rimedio. Vallisneri avviò sulla questione un dibattito epistolare con Carlo Francesco Cogrossi, suo allievo e seguace, che, adeguatamente integrato e sistematizzato, venne pubblicato nella Nuova Idea del Male contagioso de' Buoi. In tale opera, Vallisneri e Cogrossi si contrapposero alle tesi tradizionali della costituzione epidemica, secondo le quali il contagio pestifero si sarebbe dovuto attribuire a sfavorevoli condizioni climatiche ed ambientali, che, con la produzione di effluvi e miasmi, come con la corruzione degli alimenti, avrebbero prodotto l'infezione ed il suo dilagare. Al contrario, riprendendo, anche se all'interno di altri riferimenti concettuali, le tesi della pestis animata di Athanasius Kircher, Vallisneri e Cogrossi avanzarono e sostennero, sulla base di osservazioni e riflessioni, la teoria del contagio vivo, che voleva che la peste fosse causata dall'aggressione all'organismo condotta da vermicelli microscopici, invisibili all'occhio nudo, che passassero da individuo ad individuo.

Nel 1715 uscirono le Opere diverse, costituite dall'Istoria del Camaleonte Affricano, dalla Lezione Accademica intorno all'Origine delle Fontane, e dalla Raccolta di vari Trattati.

L'Istoria del Camaleonte illustrò le osservazioni meticolose, condotte per diversi anni da Vallisneri, sulle abitudini di vita e sull'anatomia dei camaleonti che aveva ottenuto in dono da Diacinto Cestoni. In particolare, vennero studiate le loro abitudini alimentari ed il fenomeno del loro mimetismo, che Vallisneri valutò utilizzando sia la teoria dei colori di Malebranche che quella di Newton.

La Lezione Accademica intorno all'Origine delle Fontane affrontò la questione dell'origine delle acque sorgenti, sulla base delle osservazioni di prima mano condotte da Vallisneri nei suoi molteplici (e disagiati) viaggi scientifici condotti sui monti della Garfagnana e in altre aree dell’Appennino tosco-emiliano. Come evidenziato da Francesco Luzzini nei suoi studi, l’indagine vallisneriana si avvalse di un così lucido ed efficace approccio sperimentale, che spesso quest'opera viene considerata un modello esemplare del metodo galileiano. All'epoca la tesi maggiormente diffusa, che era stata anche di Descartes, Guglielmini e Ramazzini, attribuiva l'origine delle sorgenti perenni alle acque del mare, che, attraverso cunicoli ed “alambicchi” sotterranei, sarebbero giunte, distillate, sulle cime dei monti. Questa ipotesi sarebbe stata l'unica, per i suoi sostenitori, in grado di spiegare la continuità dell'erogazione idrica delle fonti perenni, anche in presenza di lunghi periodi di siccità. Vallisneri, avvalendosi delle sue esplorazioni e osservazioni, fu in grado di confutare questa tesi, rilevando come, al contrario, tutte le sorgenti fossero alimentate dalle acque piovane, direttamente o, nei periodi di siccità, indirettamente, dallo scioglimento delle nevi e dei ghiacciai d'alta quota. Non a caso le sorgenti perenni si trovano sotto i ghiacciai e le cime innevate e l'acqua sgorga sempre sopra uno strato geologico impermeabile, raggiunto passando attraverso quelli permeabili. Nel 1725, l'attacco condotto all'opera da Nicolò Gualtieri nelle Riflessioni sopra l'Origine delle Fontane permise a Vallisneri di pubblicare, l'anno successivo, una seconda edizione della Lezione Accademica, integrata da una cospicua serie di contributi di allievi, ma anche di scienziati noti, che, con varie osservazioni ed argomentazioni, sostenevano ed illustravano la tesi del professore patavino. Questa seconda edizione venne inoltre sintetizzata in un estratto manoscritto inglese e proposta per la discussione in una seduta della Royal Society, come intervento autorevole sull'argomento.

La Raccolta di vari Trattati contiene quasi una ventina di contributi, per lo più già pubblicati in altre sedi, dedicati a vari fenomeni ed argomenti di carattere naturalistico.

Nel 1721 Vallisneri pubblicò, dopo diverse difficoltà per ottenere il permesso di stampa dal rappresentante dell'inquisitore ecclesiastico, l'Istoria della Generazione dell'Uomo, e degli Animali e il De' Corpi marini, che su' Monti si trovano.

L'Istoria della Generazione, concepita su sollecitazione, attraverso la mediazione del "comune amico" Bourguet, di Leibniz, al fine di soddisfare alle sue richieste di approfondimento scientifico della questione embriogenetica, con la prestigiosa dedica all'imperatore Carlo VI d'Asburgo e con la successiva traduzione tedesca del 1739, fu l'opera vallisneriana che ebbe maggiore circolazione europea e che, intervenendo tanto brillantemente e solidamente su un argomento di così grande attualità e rilievo filosofico, maggiormente influenzò la cultura del tempo. L'opera si collocò, come si è visto, nel dibattito embriogenetico, schierandosi, in linea con la tradizione malpighiana, a favore del preformismo ovistico nella variante degli inviluppi. Tale tesi faceva propria la prospettiva creazionistica agostiniana, che voleva che Dio, all'inizio dei tempi, avesse creato tutto contemporaneamente e, quindi, anche tutti gli embrioni di tutti gli uomini, inviluppati nelle ovaie di Eva, che si sarebbero sviluppati, nel corso dei tempi, in sintonia con la teoria dell'armonia prestabilita di Leibniz, secondo un disegno divino preordinato. Sempre nell'Istoria della Generazione si trova lucidamente illustrato un altro concetto chiave della visione vallisneriana della natura, che è quello della grande catena degli esseri, che fondava la propria genesi sia nei prolungati ed assidui studi d'anatomia comparata del professore patavino, sia nella sua adesione alla teoria leibniziana, che riconosceva all'esistente la caratteristica del migliore dei mondi possibili e, ad ogni essere, la prerogativa della necessità per l'ordine e l'equilibrio dell'insieme. All'interno di questa prospettiva, la stessa gerarchia predatoria dei viventi, con la connessa lotta per la sopravvivenza e l'estrema violenza che questa comportava, appariva come funzionale alla razionalità ed all'ordine provvidenziale del mondo.

Il De' Corpi marini, che su' Monti si trovano affrontò la questione, anch'essa centrale nel dibattito europeo, delle caratteristiche e dell'origine dei fossili marini presenti sui monti. Vallisneri prese subito una posizione esplicitamente critica delle tesi che ritenevano i fossili degli "scherzi di natura", operati da non meglio precisate “forze plastiche” sulla materia inerte; resti di alimenti pietrificati; animali marini nati da uova trasportate sui monti dai vapori ascesi attraverso gli “alambicchi” e i cunicoli sotterranei; ecc., e, in modo implicito, al fine di sfuggire la censura ecclesiastica, contro la tesi che li spiegava facendo ricorso al Diluvio universale. In particolare, a proposito della verità dell'asserzione biblica secondo cui la vita degli uomini antidiluviani poteva prolungarsi sino a mille anni, Vallisneri utilizzò l'espediente, per evitare persecuzioni ecclesiastiche, di affermare ufficialmente il proprio rispetto per il testo sacro, adducendo però poi una quantità di argomentazioni contrarie assolutamente preponderanti, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a quelle favorevoli. Confutate, quindi, direttamente o indirettamente, tutte le altre ipotesi, Vallisneri accreditò come la più probabile – fondandosi sulle proprie osservazioni, compiute durante i diversi viaggi montani, ma anche su quelle di suoi autorevoli corrispondenti e di altri autori che si erano occupati del problema – quella che spiegava la presenza dei fossili marini sui monti attraverso una serie di inondazioni e trasformazioni geologiche parziali, che avevano portato all'emersione di terre precedentemente coperte dal mare e viceversa. Una tale ipotesi, oltre a fondarsi su dati osservativi assai convincenti, si conciliava perfettamente con l'immagine provvidenziale del mondo che Vallisneri aveva mutuato da Leibniz, evitando di ricorrere ad un'immane catastrofe, come il Diluvio universale, nelle differenti forme in cui fisici e filosofi del tempo l'avevano immaginato, che vi avrebbe introdotto elementi di rottura e d'irrazionalità, lesivi della perfezione del disegno dell'universo e di chi lo creò, nella consapevolezza di tutti i suoi futuri sviluppi, che si sarebbero succeduti secondo leggi determinate ed immutabili.

Dopo questo decennio di straordinaria attività editoriale e scientifica, Vallisneri s'impegnò fondamentalmente a diffondere e sostenere le proprie tesi, precedentemente illustrate nelle sue opere, ed a far fronte ai numerosi e gravosi impegni che gli derivavano dalla sua sempre crescente notorietà nazionale ed internazionale, limitando significativamente i nuovi studi.

Nel 1722 pubblicò, in forma anonima, sul primo tomo dei "Supplementi al Giornale de' letterati d'Italia", il Che ogni italiano debba scrivere in lingua purgata italiana, o toscana, sostenendo l'opportunità dell'uso del volgare anche per le pubblicazioni scientifiche, che avrebbero così potuto, fra le altre cose, godere di una più larga diffusione e conoscenza.

Nel 1725 intervenne, riprendendo il De potu vini calidi Dissertatio di Davini, nel dibattito medico relativo all'utilità terapeutica o meno di ricorrere alle bevande ed ai bagni caldi o freddi, pubblicando il Dell'Uso, e dell'Abuso delle Bevande, e Bagnature calde, o fredde.

Dal 1726 al 1728 curò la seconda edizione della Lezione Accademica intorno l'Origine delle Fontane; delle Esperienze ed Osservazioni intorno all'origine, sviluppi e costumi di vari Insetti; delle Nuove Osservazioni, ed Esperienze intorno all'Ovaia scoperta ne' Vermi tondi dell'Uomo e de' Vitelli e del De' Corpi marini, che su' Monti si trovano, come le raccolte Nuova Giunta di Osservazioni e di Esperienze intorno all'Istoria Medica, e Naturale e Raccolta di varie Osservazioni, spettanti all'Istoria Medica e Naturale ... compilata da Gio. Jacopo Danielli.

Sempre nel 1726 iniziò la stesura del Saggio alfabetico d'istoria medica, e naturale (la cui edizione critica a cura di Massimo Rinaldi è ora edita per l’Edizione Nazionale), che affrontò il problema della lemmatizzazione di una lessicografia scientifica di settore, in questo caso medico-naturalistica, per la quale Vallisneri riteneva il Vocabolario della Crusca largamente carente ed improprio. Rimasta incompiuta al momento della sua morte, avvenuta il 18 gennaio 1730, l'opera fu poi pubblicata postuma, come, anche, accadde per l'ultima edizione, rivista ed ampliata, dei Dialoghi, nelle Opere fisico-mediche, uscite nel 1733 a cura del figlio Antonio Vallisneri jr.

Nel 1728 sollecitò e sostenne Angelo Calogerà ad intraprendere la pubblicazione degli "Opuscoli scientifici e filologici", ai quali collaborò con l'invio di diversi pezzi sino alla morte.

Una produzione ed una riflessione, dunque, quelle vallisneriane, assai ampie ed articolate, che si collocarono lungo il fronte più avanzato del dibattito europeo e che, attraverso l'influenza del pensiero malebranchiano prima, leibniziano poi, superarono i limiti del dualismo e del meccanicismo cartesiani. Una lezione, però, anche, che, fondandosi su puntuali osservazioni naturalistiche, entomologiche e d'anatomia comparata, sviluppò alle estreme conseguenze dell'orizzonte scientifico e filosofico pre-illuministico, a cui pur Vallisneri profondamente apparteneva, il concetto dell'analogia tra i regni della natura e l'idea della grande catena degli esseri. Un'opera che costituì un significativo, anche se non sempre adeguatamente riconosciuto, punto di passaggio verso la stagione illuministica, della quale l'illustre scienziato scandianese giunse ad intravedere, per il versante storico naturalistico, diverse direzioni di sviluppo e di superamento della prospettiva a cui egli stesso apparteneva.